poesie di Franco Berardelli

NOTIZIE

: Berardelli nacque a Roma il 13 maggio 1908 dalla marchesa Ada de Cinque e da Anton Giulio Berardelli alto magistrat alabrese. In Calabria, nel collegio Gallupi di Catanzaro, egli compì gli studi classici del 1919-1925. Sul finire del 1925 lascia la Calabria e si reca a Roma per studiare legge. Nella seconda metà del 1926 comparve in lui la tubercolosi. Su consiglio medico si ricovera nel sanatorio popolare milanese “Umberto I” di Prasomaso sulle Alpi Retiche. Ha solo diciotto anni. Nel sanatorio fra la quiete forzata, le cure instancabili ed il miracolo dell'aria balsamica, il giovane scrisse una raccolta di liriche che intitola “L'altra cosa bella” (l'opera fu pubblicata postuma nel 1963 a cura del cognato Foderaro. Nel “L'altra cosa bella” composta intorno al 1927-28 sulle Alpi, Berardelli ricama il suo dolore, la sua tragedia personale. Per lui l'Adda è solo un fiume che con “ritmo gioioso e uguale culla i sogni di quelli che hanno il terribile male e non sperano più”. Se guarda la punta del pizzo Coca la vede come una testa di moribondo che sfida il cielo. La Chiesa alpina con la sua Croce, altro non gli ricorda che “nel tempo la nostra scoscesa terribile e rapida ascesa: la vita! “ Barardelli a Prasomaso sembrò d'aver acquistato la salute e ritornò a Roma ai suoi studi e all'affetto dei suoi cari. Ma il vivido guizzo della fiamma non durò molto! Successivamente fu ricoverato nella clinica del dr. Raffaele Bastianelli . Visse un breve periodo nella città di Arcevia, ma le sue condizioni di salute peggiorarono, tanto da imporre il suo ritorno a Roma. Fu tutto inutile, la notte del 10 marzo 1932 spense per sempre i suoi occhi da sognatore.  Riposa nel cimitero di Martinano Lombardo (CZ) nella cappella di famiglia

Pucci Tommaso

Un ringraziamento al sig. Tommaso Pucci per averci inviato il materiale inerente al poeta Barardelli. Nel seguente collegamento  FRANCO BERARDELLI  è possibile trovare informazioni sul poeta e le sue poesie.

Le poesie ispirate durante il soggiorno a PRASOMASO

A L’ADDA
Io non ti conoscevo, fiume dalle mille canzoni, dal cuore profondo come quello dell’uomo. Io non sapevo che tu, col ritmo gioioso ed uguale, cullassi i sogni di quelli che hanno il terribile male e non sperano più. Anche io …A diciott’anni! E venni qui, per guarire quella tremenda ferita che mi s’aperse nel petto, tra questi tuoi monti nevosi, per chiudere il solco sanguigno. Venni qui. Una pena, nel cuore, infinita, il desiderio di morire senza uccidere la Vita: così, finire per una breve vena spezzata nel cuore. Io fui, nelle pinete sonore del canto del vento, dei trilli degli uccelli, un numero tra quelli che hanno il terribile Male. E non ti conoscevo. Ma un giorno, pensando al ritorno verso la madre comune, mi fermai sulle tue sponde, o fiume dalle canzoni gioconde, che porti al cuore dell’uomo, col canto, i ricordi ed i sogni, le dolci speranze, al cuore dell’Uomo! E mi fermai sulla tua riva. Quasi da polla viva acqua scrosciante balzò dal tuo cuore gigante il canto più forte: la sfida alla Morte, la sfida al Dolore Chino sulla tua sponda ti sentii fremere,come in un’orchestra gioconda un fragoroso strumento tentato da musiche dita. Chiamai, folle, piangendo, un nome di donna!….Ah! La Vita! Risento quel nome salire nell’onda, se, o fiume benigno, riprendi il tuo canto.Mi chino, ti guardo, sogghigno, ma ho gli occhi bagnati di pianto, e penso che devo morire

IL PASSATO

Sul pizzo di Coca la luna ricama una trama breve di luce sul candido strato di neve, il raggio somiglia un ago sottile, che cuce, che intesse in piccole file il miraggio. È un gioco fantastico e vano E l’agile ago, che la invisibile mano d’un mago conduce, trascorre sul bianco telaio, più lieve che il frullo d’un’ala di sopra un rosaio. La punta di Coca somiglia la testa d’un moribondo, che sfida il cielo: un crepaccio profondo, tra il pizzo e la punta si apre quasi una bocca vermiglia che rida. Vicino s’innalza il Pizzo di Rose, che sfuma su d’uno sfondo violetto, in un candore di spuma e degrada di balza in balza, giù, fino al piano. Io sogno e mi vedo lontano; ritorno bambino. Il Pizzo di Coca diventa un chiaro giardino, perduto nella memoria, lontano dalla tormenta del mondo. Rivivo nel rapido sogno d’allora la mia triste storia. Una bionda Signora: mia madre, un Uomo, cha mi sgridava quand’ero cattivo: mio padre; una vecchietta patita, ma bella, che sempre giocava con me, che riposa in una piccola bara in una valle fiorita; Giovanna, l’altra mia ava. Un vecchio dalla gran fronte rugosa, dalla faccia limpida e chiara, cullava il mio sonno: mio nonno. E il giorno una tavola lieta, con sopra le azzurre stoviglie; la sera, il giardino incantato, fiorito fra le meraviglie. Ed ora? Non c’è la Signora; il babbo, mio nonno, mia nonna ove mai sono? Una donna sconosciuta sta presso il mio letto; la Suora, la tavola lieta? Il mio piccolo orto? Una cupa pineta un lungo refettorio un triste Sanatorio ove il Passato è morto. Dolce malinconia della sera di maggio, che mi creò il miraggio la fantasmagoria di quel passato vano! Vento della montagna, voce sonora e buona dell’Adda che accompagna il ritmo del mio sogno per il silente piano e al vento l’abbandona, tutto è finito. Ritorna il povero malato di tutto innamorato che piange sul suo giorno già rivolto al tramonto, che porta la corona di spine, e sotto il peso della sua Croce, sale il suo Calvario triste come il povero Cristo, dopo aver tutto reso al mondo; la Bellezza la stanca Giovinezza, ch’egli non ebbe mai, che tiene con sé ancora nell’anima che langue l’inguaribile male, e riga il Calvario di sangue. Il sogno è vanito. La punta di Coca ritorna la testa d’un moribondo, che sfida il Cielo. Il crepuscolo profondo con una bocca sanguigna, su la sottilissima trama che il raggio richiama sogghigna.

CHIESA ALPINA

La bronzea campana spalanca nell’aria la gola canora, riempie la valle sonora di stanca, monotona, triste, armonia! In alto una rupe scoscesa! La croce, che addita la chiesa, la via, tra i pini, gli abeti, i cipressi, è meta d’uccelli vaganti, che innalzano rapidi canti sommessi. E quando la luce vermiglia annunzia, morendo, la sera, il canto diventa preghiera. Somiglia un coro di musiche voci, orchestra d'ignoti strumenti, portato, da lungi, sui venti veloci. Ascolto la voce talvolta del bronzo venire lontano perduta tra gli echi del piano sepolta. Nel rosso tramonto la chiesa biancheggia, nell’aspra salita la croce, sul culmine, addita l’ascesa. Io penso alla croce, che addita nel tempo la nostra scoscesa terribile e rapida ascesa; la Vita.